Donne Storie

Eppur mi manca il suono della sveglia!

Di Marina Mancini
capo ufficio stampa Comune di Bagheria

La sveglia non suona più. Non è necessaria in tempo di coronavirus. E invece ti sei già alzata, prima ancora dell’orario in cui lo squillo ti avrebbe tirata giù dal letto. Dormire serenamente è un ricordo, come lo è quello di alzarsi per preparare di corsa la colazione, portare la bambina a scuola e iniziare la routine quotidiana.
Una routine quella di noi giornalisti degli uffici stampa che non è poi così abitudinaria, fatta di incontri con gli amministratori e colleghi, contatti con i giornalisti di carta stampata, tv, radio e siti on line, conferenze stampa, partecipazione ad eventi, gestione dei social network e soprattutto redazione di comunicati, news, brevi e post.
Oggi il rito è sostituito da un’altra routine: quello della conferenza stampa delle 18,00 della Protezione civile: è il triste rito dell’aggiornamento di numeri che sono persone, vittime, contagi.
Sono in smart working dal 10 marzo, non tutti gli Enti pubblici erano pronti a partire con il lavoro agile, d’improvviso, ma per noi è più facile, ovunque ci troviamo, se disponibile una connessione ad internet ed uno smartphone, produciamo news da qualsiasi posto del mondo in cui ci troviamo. E invece siamo chiusi tra le quattro pareti della nostra casa, che in questi mesi è stata rifugio ma anche prigione, riparo ma anche gabbia.
I primi giorni di smart working sono stati da incubo: organizzare la comunicazione d’emergenza, comprendere come e cosa comunicare facendo trasparenza e informazione ma al contempo cercando di tenere tranquilla la cittadinanza era il primo obiettivo di ogni parola scritta e riletta più volte.
Non c’era orario di lavoro: iniziavi alle 7,30 verificando social e giornali, rassegna stampa online, messaggiando con gli amministratori e finivi intorno alle 23,00 con gli ultimi messaggi dei cittadini che chiedevano informazioni su tutto: dalle restrizioni per il contenimento a come ottenere i buoni spesa, o a come auto-segnalarsi perché rientrati in città da fuori regione.
L’interazione sui social si è decuplicata, gli utenti telegram del Comune triplicati, ogni domanda, spesso le stesse, pretendeva una risposta sempre più dettagliata.
I DPCM del Governo, nei primi giorni di emergenza Covid-19, si susseguivano uno dopo l’altro, e dovevi spiegarli ai cittadini cercando il modo più semplice, realizzando anche info grafiche accattivanti e chiare.
Nel frattempo dovevi districarti tra la necessità di informare i cittadini sul numero dei positivi e garantire la privacy di questi ultimi, dovere di cronaca contro diritto alla privacy; un equilibro complesso quando in gioco è la salute di tutti.
In questo clima, devi trovare il giusto spazio per la famiglia con la quale non passavi insieme tanto tempo da un pezzo, tutto d’un tratto. Un tempo non sempre di qualità, ma di quantità, perché devi lavorare, attaccata ad un pc e uno smartphone che sono diventati la tua seconda pelle. Una gestione del tempo, quella del coronavirus, che ci ha portato anche ad imparare come si fa il pane in casa.
Una bambina di 7 anni da gestire, farle capire cosa stava accadendo, non farla preoccupare e garantirle, nei brevi momenti in cui non eri tutt’uno con il pc, una vita serena, senza compagni di scuola, coetanei e attività che le riempivano la vita ogni giorno. Una vita, da questo punto di vista, simile a molti altri mamme e papà, che fanno i conti con smart working e lezioni on line di formazione a distanza con una scuola anche essa in fase di riorganizzazione.
E hai la fortuna di essere tra i fortunati: perché hai un pc per ogni membro della famiglia, una stampante per stampare la tanto criticata autocertificazione per andare in giro per necessità, ed una connessione wi-fi.
Eppure ti sforzi di cercare qualcosa di positivo che questa esperienza ci lascia e l’unica cosa che ti viene in mente, oltre al rinnovato valore di un abbraccio, un bacio e della vicinanza, è la inevitabile crescita dell’uso dell’ITC, di tutto quanto è tecnologico, della corsa degli Enti pubblici a fornire servizi on line, ad adeguarsi a standard che sono più frequenti nelle regioni del Nord, a favorire il lavoro agile, seppur da riorganizzare.
Utile è stato anche l’appello, all’inizio di questa emergenza, diffuso dal divulgatore scientifico Piero Angela e dal Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna, che in una conferenza stampa a Roma hanno invitato i colleghi ad “informare e non allarmare” con la diffusione di notizie “controllate e pertanto veritiere”, in quelle parole si è dato valore all’informazione e alla comunicazione istituzionale, quella prodotta appunto dai professionisti degli uffici stampa, che figli della stessa deontologia dei colleghi generalisti, hanno l’obbligo di fare informazione e verificare la notizia anche quella raccontata dai loro Enti di appartenenza.
Ma intanto tra un servizio giornalistico ed un altro, con la tv sempre accesa, mentre lavori il pensiero va anche ai tuoi cari lontani, e sei preoccupata per i tuoi genitori cui cerchi di stare vicino con le video-chiamate; si sentono soli, e avvertono addosso l’impietoso tempo che passa senza poter dire ti voglio bene anche solo con un bacio o un abbraccio
Se poi a questo aggiungi la paura, la paura del virus, l’insicurezza che non finirà presto perché sono impresse nella tua mente le immagini dei mezzi militari che sfilano nella notte bergamasca come tanti carri funebri, e soprattutto il terrore quando tuo marito esce per andare a fare, per necessità, terapie salvavita, allora lo stress aumenta anche se non è la sveglia a farti alzare ogni giorno con il suo squillante e tormentoso suono. Eh sì, mi manca la quotidianità di quel suono.

Marina Mancini

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