Donne Storie

Incredulità, sospensione, adattamento. Sono i termini che mi vengono in mente quando penso al lockdown.

La testimonianza di Antonella Dragotto, Direttore Banca d’Italia e Consulente per la Comunicazione dell’IVASS

Incredulità, sospensione, adattamento. Sono i termini che mi vengono in mente quando penso al lockdown. Incredulità perché nel 2020 mi sarei aspettata un attacco cyber non un’emergenza sanitaria. Vivo in un mondo di password e penso che un hacker possa accedere alle mie informazioni personali, ma mi sentivo sicura sotto il profilo sanitario e mai avrei pensato di dover rimanere confinata nella mia abitazione per proteggere la mia vita da un virus. La sensazione di sentirsi sospesa: privata della propria libertà, delle proprie abitudine, senza un orizzonte temporale. Siamo cresciuti all’insegna del mondo aperto e globalizzato. Erasmus, Shengen, vai dove vuoi, muoviti nella massima libertà. Ci è stato insegnato che siamo cittadini del mondo e improvvisamente ci viene detto che per poter proteggere la nostra vita dobbiamo rintanarci nelle nostre abitazioni e chiuderci a qualsiasi contatto umano perché quel contatto può essere infettato. Eppure ci siamo adattati. Abbiamo comunicato attraverso un click, entrando in un contesto virtuale dominato da Facebook, Instagram, video-chat che, per fortuna, ci hanno dato la possibilità di condividere angosce e speranze. Ma che sono un surrogato dei rapporti umani. Per quanti della mia generazione sono cresciuti sui muretti sotto casa o erano parte di una “comitiva” o hanno guardando i “Ragazzi della 3° C” è difficile da accettare. Abbiamo imparato a lavorare in smart working e a parlare con i colleghi via Zoom o Skype, accettando tutto questo come la nostra nuova dimensione lavorativa. In realtà, ma questo è un personale punto di vista, ci siamo piegati a una forte commistione tra lavoro e vita privata. A caratterizzare questo lockdown ci sono stati anche incertezza e forte senso di responsabilità. Informazioni contrastanti provenienti da fonti di cui non potevamo valutare l’autorevolezza hanno disorientato e lasciato perplessi. Si è passati dal “tutto sommato è un’influenza” all’obbligo di uscire con mascherine e guanti e solo per adempiere a servizi essenziali come nutrirsi e curarsi. Si è passati dalla mascherina chirurgica a quella “fai da te”. Quello che più mi ha stupito è stata la disciplina, il senso del dovere, l’obbedienza con cui tutti gli italiani abbiamo rispettato le restrizioni, ci siamo adeguati. L’incontro con il virus ha dato voce alla nostra vulnerabilità ma anche alla nostra abilità di adattarsi a situazioni fino a ieri impensabili e a reagire cercando e trovando una nuova e diversa dimensione di vita. Ma la convivenza con il virus ha anche modificato profondamente le nostre abitudini e l’uomo è un animale abitudinario. Quanto siamo cambiati? Ritorneremo al nostro passato che tutto sommato ha fatto di noi quello che oggi siamo? Non possiamo pensare che in futuro le nostre relazioni siano solo virtuali né che il nostro lavoro sia solo smart né che i nostri viaggi siano contingentati.  Ma la paura che ci è rimasta dentro non sarà facile da sopire perché abbiamo preso coscienza della nostra fragilità e di quanto la nostra vita possa cambiare da un momento all’altro solo perché viviamo in un mondo evoluto e globalizzato. Sembra strano, ma il mio più grande desiderio oggi è andare a cena nel mio ristorante preferito. Sono cambiata anche io.

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