La giornalista, mamma e socia DonnAttiva Marina Mancini sul caso tragico di Antonella

Una bambina di 10 anni morta per una challenge. Di chi è la colpa?

Siamo tutti pronti a puntare il dito: è colpa di tik tok, no è colpa di genitori troppo impegnati che lasciano i figli attaccati agli smartphone, no è colpa della società distratta che non si accorge dello strapotere dei social network.
Siamo sempre all’erta per cercare di chi sia la colpa, ma se invece di cercare colpevoli o capri espiatori, ci concentrassimo per prevenire, per evitare, per risolvere definitivamente?
Del resto qualcuno un po’ più in alto di tutti noi, un giorno, disse: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
I fatti sono tragicamente noti: stiamo parlando del caso della bambina di 10 anni, la piccola Antonella Sicomoro, morta per soffocamento, nel reparto rianimazione dell’ospedale pediatrico Giovanni Di Cristina di Palermo mentre, pare, stesse affrontando una #challenge, la #blackout challenge, che consisterebbe nello stringersi al collo una cintura o un laccio e verificare quanto si possa resistere.
Ma è davvero così? Esiste questa challenge su questo specifico social network?
Sono andata su tik tok, anche il social cinese nato nel settembre 2016, inizialmente col nome musical.ly, offre la possibilità di ricercare termini mediante #hashtag. Ho fatto la mia ricerca: A meno che tik tok non sia riuscito ad eliminare, in soli due giorni tutti i video che lanciavano la pericolosa sfida che rischierebbe di far morire per asfissia, l’unica cosa che ho trovato ricercando #blackoutchallenge – ne ho trovati oltre 24 milioni – sono diversi video con varie situazioni, sportive di esercizio fisico, di racconto, di ballo, interrotte, improvvisamente, da una schermata nera (il black out appunto) per riprendere, ribaltata, in un’altra situazione o posizione. Per esempio una ragazza sta facendo un esercizio con i pesi – schermata nera – black out – passa ai salti della ginnastica ritmica (come nella foto qui sopra). Non ho trovato cinture, cinghie, lacci per strangolamento e devo dire ne ho visti un bel po’ anche se non certo 24 milioni, ma diversi sì.
Ad ogni modo una bimba di 10 anni non c’è più e noi dobbiamo interrogarci.
E’ giusto che la Procura di Palermo abbia aperto un’inchiesta per capirne cosa sia realmente successo. Ma siamo certi che demonizzare un social network sia la strada giusta? E se fosse un altro caso come “Blue Whale”, che sembrerebbe essere una bufala, ricorderete i servizi de Le Iene sull’argomento.
Notizie che si amplificano perché sono i social stessi che, arrivando ovunque, fanno da cassa di risonanza, per tutto: news come fake news.
Siamo davanti ad un evento tragico e rivolgiamo le nostre più sincere condoglianze e pensieri di vicinanza alla famiglia e agli amici di questa bambina” – hanno commentato, in una nota, i vertici di Tik Tok in Italia – “La sicurezza della community TikTok è la nostra priorità assoluta, siamo a disposizione delle autorità competenti per collaborare alle loro indagini“: così un portavoce del social cinese sul caso della piccola di Palermo. Pare anche che subito dopo la tragedia, Tik Tok aveva già detto di non avere “riscontrato alcuna evidenza di contenuti che possano avere incoraggiato” alla blackout challenge, ma che avrebbe continuato “a monitorare attentamente la piattaforma come parte del continuo impegno per mantenere la community al sicuro”.
Intanto il Garante per la protezione dei dati personali ha disposto nei confronti di Tik Tok il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica. “Il divieto” – si legge nella nota diffusa dal Garante – “durerà per il momento fino al 15 febbraio, data entro la quale il Garante si è riservato ulteriori valutazioni”. Il provvedimento di blocco verrà portato anche all’attenzione dell’Autorità irlandese, considerato che TikTok ha fissato il proprio stabilimento principale in Irlanda.
Eppure lo strumento social ha già una serie di impostazioni e gestioni della privacy e sicurezza per limitare chi può commentare i post, contattare il profilo e dispone anche di una funzionalità di benessere digitale per limitare i contenuti inappropriati e aiutare a gestire il tempo trascorso sull’app scegliendo l’opzione dalle impostazioni del controllo applicazione. La piattaforma usa anche degli algoritmi per evitare che i suoi utenti postino contenuti violenti ma questi algoritmi pare possano anche essere aggirati.
Così come è aggirabile il divieto, previsto dalla stessa piattaforma, di iscriversi per i minori sotto i 13 anni che è l’età minima di iscrizione prevista per tutti i social.
Sulla drammatica vicenda è intervenuta anche la ministra dell’Innovazione Paola Pisano: «Lo strumento tecnologico per verificare l’età dei giovani e delle giovani sulle piattaforme di social network esiste, si chiama “age verification”» – ha detto la Ministra – «Può e deve essere applicato in modo tale da non permettere ad alcun bambino o bambina di poter superare questo limite».
«Il mondo di Internet – ha aggiunto Pisano è e deve essere uno spazio di libertà. Ma non della libertà di permettere che siano danneggiati soggetti deboli, quali sono i minori, creando sofferenze e permettendo ingiustizie gravi e in troppo casi irreversibili».
La rete internet, i social network, questa agorà che offre infinite possibilità, di apprendere, imparare, condividere, conoscersi, ritrovarsi, è ambiente virtuoso ma può anche essere pericoloso e non in quanto mezzo in sé, che resta comunque un’utilissima risorsa. Le reali minacce della rete siamo noi stessi, il genere umano che alimenta tali minacce, se maldestramente, ingannevolmente, illegalmente usata.
Ma torniamo a ricercar la colpa. Qualcuno, soprattutto i leoni da tastiera, colpevolizzano i genitori: “dovevano stare più attenti, non dovevano darle il cellulare, comprarle bambole invece che lo smartphone”.
Fermo restando che anche al miglior genitore può sfuggir qualcosa, che la fatalità può essere sempre possibile, che non siamo genitori sempre presenti, e che ci troviamo in un particolare momento storico in cui anche la scuola è on line con la DAD, tenere i nostri figli lontani dai cellulari e dalle connessione è praticamente un’utopia.
E’ pur vero che essere genitori di figli nativi digitali è difficile ma non più difficile dei nostri tempi, i pericoli sono ovunque, on line e off line. Il monitoraggio di quanto si fa sugli smartphone da parte dei genitori deve essere altrettanto attento di quando i nostri figli sono per strada, con gli amici, o mentre guardano la TV.
Certo il compito dei genitori, spesso impegnati, stanchi, “attaccati” a loro volta ai social o semplicemente ai pc, è sempre più complesso anche in considerazione che oramai anche i bambini di pochi anni hanno spesso, per giocare o tenerli buoni, un cellulari in mano, ma abbiamo il dovere di aiutarli ad usare, un po’ più grandicelli, con consapevolezza questi strumenti, per evitare un uso ed un abuso inconsapevole ed eccessivamente disinvolto.
E chissà che non ci possa venire incontro, ancora una volta, la tecnologia mettendo in atto azione e strategie sempre più sofisticate di controllo della privacy, gestione del mezzo per tempi e contenuti?
Questa storia drammatica ci induce dunque ad una seria analisi e merita soprattutto rispetto per chi, al momento, sta soffrendo per una bambina di 10 anni che non c’è più, ma prima di gridare al colpevole per il quale se ce ne sarà uno faranno luce gli inquirenti, prima di scagliare la prima pietra, chiediamoci se non siamo tutti un po’ colpevoli.

Marina Mancini

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