Il nuovo umanesimo 4.0: i limiti e le fragilità come trampolini di lancio per una ripartenza sociale reale

il
Cristina Graziano – Docente e Giornalista

«Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie». Sono questi versi di Ungaretti, semplici ed essenziali, ad esprimere il mio “essere” ed il mio “esserci” in questa  particolare contingenza storica che mi ha permesso di rinegoziare il senso dello spazio e del tempo, arricchendolo di significati altri. Da docente e giornalista, componente di diverse associazioni di volontariato ed enti di formazione,  ho fatto esperienza  dei  “limiti” – soprattutto quelli mentali – che, troppo spesso, in maniera subdola, attanagliano le nostre anime, bloccano i nostri corpi ed annebbiano le nostre menti. Se, infatti, comunicare e formare sono i tratti distintivi delle mie professioni, la mancata condivisione in presenza così come la scarsa propensione dei più all’impiego delle nuove tecnologie a fini didattici e/o lavorativi  mi hanno indotto a riflettere molto su me stessa, a rivedere le mie modalità di approccio e di gestione di quelle relazioni virtuali, affinché non si riducessero mai a connessioni. Soprattutto in ambito didattico è emersa in tutta la sua complessità l’urgenza di un’educazione alle emozioni attraverso la letteratura, la storia e la grammatica, discipline che insegno nella Scuola Secondaria di Secondo grado. L’adolescenza è uno dei periodi più delicati nella storia di ciascuno e la pandemia ha costretto i nostri ragazzi a crescere in maniera differente: questa situazione li ha destabilizzati e disorientati. A tal fine, si è reso necessario accompagnarli a “guardarsi dentro” e, attraverso una didattica laboratoriale, fondata su solide matrici pedagogiche, ma  sviluppata sperimentando insieme agli studenti, ho cercato di creare le condizioni favorevoli, affinché  facessero esperienza del potere terapeutico della parola per imparare a riconoscere e discriminare le loro emozioni. È stato complesso anche perché solo un’osservazione sistematica permette al docente di acquisire consapevolezza di sé, dei suoi studenti e dell’attività didattica. E davanti ad un desk è stato tutt’altro che semplice, ma piano piano, lavorando insieme step by step, abbiamo centrato l’obiettivo. A cominciare proprio dal timore del contagio, da  quella paura liquida – direbbe Zygmunt Bauman – che ci paralizza di fronte all’imprevisto e ci fa guardare con sospetto il diverso. Esternare  gli stati d’animo e le incertezze nei testi, analizzare delle foto indicative e “rendere” parola ciò che si avvertiva, la lettura condivisa per rivedere in maniera collettiva forma e contenuto sono diventati occasioni di condivisione autentica: è emerso il “mal di vivere” e ci siamo scoperti improvvisamente privi di difese.  Il contagio da Coronavirus ha sgretolato qualsiasi sovrastruttura. Tutti e ciascuno, indistintamente, proprio come i soldati di Ungaretti, ci siamo trovati in trincea, consapevoli di poter “cadere” da un momento all’altro, sopraffatti dal fuoco nemico. Lo spazio è divenuto evanescente, il tempo sospeso e in una simile precarietà a fare la differenza è stato l’ “essere umano”. Questo è alla base della ripartenza sociale reale per un nuovo umanesimo 4.0.

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